Yes, no, maybe, I don't know...
Nel panorama delle serie comedy o delle sitcom, Malcolm in the middle ha rappresentato qualcosa che è anche difficile da definire, figuriamoci da descrivere.
Lontana dalla satira (sempre più fiacca) de I Simpson, portava in scena le disavventure quotidiane di una famiglia americana media (tendente al ribasso), ma attenzione: era anche lontanissima da quelle risatine preregistrate (spesso al gusto afro) che per tanti anni hanno colorato le nostre televisioni.
Malcolm è stata una serie trasversale e transgenerazionale, anche transrazziale anzi transetnica, dovremmo dire oggi: ma ecco, il politicamente corretto non viaggiava da queste parti.
E non era quello sforzato de I Griffin, men che meno quello di South Park.
Semplicemente la scorrettezza non era tale, non era inseguita, perché si trattava della normalità di ogni giorno.
Di quei giorni di inizio anni 2000: gli ultimi veramente normali.
Ma comunque ci proviamo, a descrivere e/o definire cosa sia (stato) Malcolm in the middle.
Una serie di ragazzi, per ragazzi; una serie di adulti, per adulti; una serie di famiglia, per tutta la famiglia.
Quattro figli (tre a casa + uno in punizione al collegio militare).
Un padre idiota quando va bene, una madre nevrotica (e come non potrebbe essere altrimenti, con questa gente in casa...).
Un (dis)funzionale microcosmo fatto di vicini (afro! e ricchi!) con un figlio handicappato (si può dire ancora questa parola? Facciamo disabile. Ahia, no: diversamente abile, ecco); un collega di lavoro viscido, bavoso e tendente allo stalking; amici del fratello maggiore - quello in punizione - che sono dei ritardati veri e propri (si può dire ancora questa parola? Boh: eppure è così).
E ancora nonni, zii, insegnanti, fidanzatine, parenti assortiti.
La famiglia (che forse si chiama Wilkerson: il cognome non è più importante, non determina niente) è però al centro di tutto.
Un'esistenza banale, potremmo dire, tra bollette e tv, se non fosse che Malcolm (ossia appunto il figlio di mezzo) pare essere un genio.
Un genio in un mondo normale/stupido. Genio nel senso di classe speciale, nuovi compagni, nuovi docenti.
Ma che palle essere un genio, se sei costretto a misurarti con persone la cui genialità sottolinea una diversità alienante, lontana da ogni normalità.
E invece Malcolm vuole
1) essere come suo fratello Francis, che tra le altre cose ha dato fuoco all'auto
2) divertirsi e giocare con Reese e Dewey, i fratelli che ancora vivono con lui
3) vivere una vita regolare, tra partite a basket, uscite, videogiochi
Ma si sa, non ci può essere una vita regolare se sei un ragazzino dal QI alto; non ci può essere una vita regolare se vivi in una famiglia come questa; non ci può essere una vita regolare se sei un genio nella famiglia Wilkerson (sempre che si chiamino così).
Perché è la vita a essere ingiusta, a quell'età.
L'abbindolabile Hal e le sue follie passeggere, Lois e i mille modi per tenere saldo il nucleo famigliare; i continui scontri - derivanti da complessi irrisolti - tra la madre e il primogenito; i numerosi scherzi/dispetti/danni che i tre fratelli commettono ad ogni puntata.
Ma c'è anche una sottile continuità, che è la crescita con l'evolversi delle situazioni, a mantenere vitale una serie che non ha mai perso un colpo nei suoi 151 episodi (suddivisi in 7 stagioni).
La critica acclama, il pubblico pure: Malcolm in the middle resta nell'immaginario collettivo perché ha saputo parlare sia alle persone che l'hanno vista all'epoca, sia a tutti quelli che l'hanno scoperta dopo.
Perché il mondo di Malcolm è cristallizzato, in un periodo certamente ben preciso (anche come moda, oggetti...), ma spendibile sempre: ci ricorda, appunto, l'ultimo mondo normale prima del collasso definitivo.
Può apparire persino scorretto ma non ricerca la scorrettezza: qui sta il bello e qui sta tutta la forza di Malcolm in the middle. Che resta semplicemente un telefilm onesto e divertente.
La scrittura scorre veloce - ogni episodio si apre sempre con una piccola scena a sé stante, forse evoluzione della "gag della lavagna e del divano" de I Simpson -, i luoghi sono quelli di qualunque cittadina (scuola, supermercato e, ovviamente, la casa), le trasferte appassionano (dal parco acquatico al ranch, fino al circuito Nascar), le abilità si moltiplicano: perché tutti sono speciali, bisogna solo trovare la strada.
La messa in scena è assolutamente "pop", a partire dalla fotografia; si ricorre a riprese grandangolari che possono "deformare" i personaggi in determinati momenti; l'effetto sonoro della porta che sbatte ci accompagna nei cambi di scena o nelle conclusioni, ma soprattutto lui, l'egocentrico Malcolm, riesce a rompere la quarta parete ammiccando allo spettatore, sottolineando con un commento cosa sta succedendo sullo schermo. Come un monologo interiore, l'inconscio che prevale.
Ed è forse questo il in the middle del titolo, a metà tra il nostro mondo e quello di finzione.
La serie è un ultimo disperato elogio alla normalità, riconoscendo le diversità di ognuno, anche quelle poco lusinghiere: ma tutti siamo geni/stupidi (è la stessa cosa) in un mondo ingiusto.
L'ultimo mondo possibile.
Can you repeat the question?






Riguardandolo oggi è ancora attuale e scorrevole? Può piacere alle nuove generazioni? E di nuovo alle precedenti? Lo chiedo a chiunque lo vede adesso per la prima volta o lo rispolvera, ho i ricordi degli anni 2000 ai tempi che che era fresco e faceva un botto, sono ventanni giusti che non lo vedo.
RispondiEliminaPosso dirti che sia ragazzi grandi che non lo avevano visto, sia ragazzini giovanissimi che lo hanno iniziato a vedere da poco, lo hanno apprezzato sempre con enorme entusiasmo 🤩
EliminaEvidentemente conserva ancora intatta la sua forza, non è invecchiato di un giorno ed è sempre attuale.
Moz-